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Il
successivo
Giorni d'amore
(1954) rappresenta un ritorno, affettuoso e gioviale, ai luoghi
natii (9).
Le vicissitudini di Angela e Pasquale (i giovanissimi Marina Vlady e
Marcello Mastroianni), che finiranno per coinvolgere tutti gli abitanti di
Fondi, vengono descritte:"con gusto artificiosamente naïf, con un
neorealismo non rosa, ma caleidoscopico"(10),
anche grazie alla consulenza per il colore dell'amico e concittadino
Domenico Purificato.
I
problemi produttivi si accentuarono, per De Santis, nel 1956. Durante la
realizzazione di
Uomini e lupi -che segna il ritorno della Mangano su un
set del regista ciociaro- nascono contrasti con la "Titanus", che voleva
trasformare la storia in un "western abruzzese"
e accorciare la pellicola di ben 500 metri. Pur di non sottostare alle
imposizioni, De Santis abbandona il lavoro (non curando l'edizione) e non
riconosce il film. Il risultato è un'opera imperfetta, deturpata dai tagli
arbitrari, ma con un'articolazione psicologica notevole ed è da ricordare
come il "primo incontro" di De Santis con il Cinemascope. Produttore per la
"Titanus" è Giovanni Addessi, nativo di Fondi.
Inimicatosi
idealmente tutti i produttori italiani, il cineasta è costretto, due anni
dopo, a girare in Iugoslavia un film che ricorda nell'ambientazione il
paesaggio ciociaro (dove infatti doveva essere girato).Forse per aver
ritrovato una serenità produttiva a cui non era più abituato, il cineasta
realizza una delle sue opere migliori:
La strada lunga un anno. Le qualità stilistiche e
narrative del film vengono subito apprezzate all'estero (un Globo d'oro ed
una candidatura all'Oscar per il miglior film straniero all'attivo) ma in
Italia è rifiutato alla Mostra di Venezia ed escluso dai circuiti
distributivi e in pochi riescono a vedere il film. Oggi le cose non sono
cambiate per il meglio: il film non è mai uscito in videocassetta e l'unica
copia presente in Italia è di proprietà dello stesso De Santis.
La garçonnière,
realizzato nel 1960,
è un dramma circoscritto spazialmente al luogo degli incontri tra un
professionista di mezza età (interpretato da Raf Vallone) e le sue giovani
amanti (tra cui la giovane e seducente Gordana Miletic, compagna del regista
e sua futura moglie). Film "borghese", o meglio su una borghesia in crisi, è
realizzato da Roberto Amoroso, un produttore indipendente napoletano.
Ma
Italiani brava gente (1964) vede nuovamente emigrare De
Santis e realizzare così la prima coproduzione del cinema italiano con
L'Unione Sovietica. All'epoca accusato di disfattismo e antipatriottismo, il
film è oggi considerato, insieme a Uomini contro di Francesco
Rosi, :"il miglior film italiano dove si rappresenta la guerra"(11)
ed ancora :"uno dei pochi film italiani che sfrutti pienamente le
possibilità della macchina da presa nel riempire i grandi spazi di folle, di
azioni e di movimenti"(12).
Ma si conservano intatte le critiche per una presunta ingenuità
contenutistica e un'impostazione demagogica; e per la sua eccessiva
politicizzazione.
Ormai emarginato dal sistema produttivo nazionale, per
tornare dietro la macchina da presa De Santis è costretto ad autoprodursi
-con la collaborazione dell'amico Giorgio
Salvioni-
Un apprezzato professionista di sicuro avvenire
(1972), a
tutt'oggi il suo ultimo lungometraggio. De Santis recupera qui l'intreccio
crimine-inchiesta che nel suo cinema non rappresenta (come è stato
erroneamente scritto) una novità. Basti pensare ai suoi primi tre film.
Eccessivo, aspro, caricaturale (ma anche, a tratti, troppo esplicito), il
film mantiene una freschezza ed un'attualità sorprendenti nello svelare
l'impotenza morale di una borghesia affarista e spregiudicata
(13).
GLI ANNI DEL SILENZIO :"Si può attendere molto da questo
giovane regista eccezionalmente dotato"(14).
Purtroppo le parole di Georges Sadoul, risalenti ai primi anni '50, sono
state premonitrici a metà, ovvero per quanto riguarda i film che il regista
di Fondi è riuscito a realizzare. Si può tranquillamente affermare che il
cineasta De Santis avrebbe avuto modo di esprimersi al meglio arricchendo la
sua purtroppo esile filmografia se si considerano i numerosissimi progetti
che, ad un passo dalla realizzazione, sono sfumati per le più svariate
ragioni, e la pregevole fattura e ricchezza di questi scritti. Ne citiamo
solo alcuni: Noi che facciamo crescere il grano, che doveva
essere il film che avrebbe concluso la quadrilogia della terra iniziata con
Caccia tragica; Portella delle Ginestre;
Pettotondo, storia di una prostituta-contadina che avrebbe dovuto
vedere come interprete una giovanissima Claudia Cardinale; Ovidio,
l'arte di amare; Gli anni di Giove; I fatti di
Andria, film per la RAI TV in quattro puntate; Il permesso,
storia della giornata di "libera uscita" di un gruppo di detenute per reati
di terrorismo; Vite parallele; Agnese lungo il mare,
e molti altri.
Il
meritatissimo Leone d'oro alla carriera, assegnato al regista di Fondi nel
settembre del 1995 insieme ad altri grandi artisti italiani ed
internazionali (Martin Scorsese, Woody Allen, Alberto Sordi, ...) ha
rappresentato un tardivo riconoscimento al disoccupato eccellente del
cinema italiano. Se ha potuto ripagarlo moralmente delle difficoltà e degli
ostracismi subiti durante la carriera, non è riuscito certamente a
restituirgli la gioia del set, che per un regista rappresenta la vita.
Ha scritto Gian Piero Brunetta:"Tra tutti i
personaggi che possiamo idealmente far rientrare nella colonia dei padri
fondatori del nuovo cinema del dopoguerra -per ragioni diverse e mai del
tutto chiarite fino in fondo- con un'azione centripeta e schiacciante, il
sistema produttivo, quello critico e il pubblico, ne decretano l'espulsione
senza offrirgli alcuna possibilità di rientrare, condannando la sua forte e
generosa voce al silenzio progressivo e all'afasia"(15).
Potremmo brevemente riassumere alcune di queste ragioni diverse di cui parla
Brunetta, se di ragioni si può parlare. Sicuramente un certo atteggiamento
da parte di De Santis (alcuni la chiamano cocciutaggine, altri coerenza),
cioè quello di voler restare fedele a dei temi che col tempo, complici la
leva dei nuovi registi e la stampa degli anni '50 e '60, venivano
considerati sempre più fuori moda. Ma ciò non è sufficiente. Bisogna
aggiungere la durevole incomprensione dei "puristi" verso un cineasta che,
all'interno del movimento neorealista, otteneva strepitosi successi
commerciali, come se si trattasse di una contraddizione in termini. A questo
si aggiunga la mancanza di attenzione -questa ancor più grave- da parte
della critica di sinistra e degli ambienti politici e culturali di
quell'area, probabilmente perché De Santis, difendendo sempre la propria
libertà di espressione, avrebbe potuto rivelarsi un regista "scomodo" per la
stessa sinistra.
Nonostante questo "prepensionamento forzato", grazie alla freschezza
artistica delle sue idee e ad una straordinaria vitalità e lucidità che non
lo hanno mai abbandonato, De Santis è riuscito a tornare dietro la macchina
da presa nel 1995 (dopo ben 23 anni !) per dirigere insieme ad un giovane
regista -Bruno Bigoni- un mediometraggio in video sulla memoria storica
della Resistenza.
Oggi è un altro giorno. Milano 1945-1995 -questo il
titolo- si è aggiudicato il Premio Nazionale "Libero Bizzarri" 1996 come
miglior documentario. :"... alternando il racconto e le dichiarazioni dei
giovani a frammenti documentari e a sequenze «mentali» di taglio
modernissimo che evocano scene di tortura o l’esecuzione per la strada di un
giovane, il film riesce a trasmettere una riflessione non accademica sul
passato antifascista e sul suo valore oggi"(16).
Il 16 maggio 1997 Giuseppe De Santis se ne è andato, lasciando un
vuoto immenso. Non potendo filmare egli stesso le storie che ideava con un
mai sopito impulso creativo, negli anni di inattività forzata egli è
comunque riuscito a trasmettere ai giovani la passione per la "settima
arte": negli anni ’80 come insegnante di recitazione al prestigioso Centro
Sperimentale di Cinematografia ( tra i suoi allievi di allora c’è una fetta
di attori del giovane cinema italiano: Iaia Forte, Roberto Di Francesco,
Francesca Neri ...), nell'anno accademico 1996-97 come docente di regia alla
"Nuova Università del Cinema e della Televisione" di Roma.
E tra i suoi meriti c'è anche quello di aver incoraggiato e
consigliato una giovane Sabrina Ferilli, divenuta una delle attrici di punta
del cinema italiano.
Il suo più grande desiderio, negli ultimi anni, è stato quello di
tornare a dirigere un film ambientato a Fondi: "Paese mio", un atto d'amore
pieno d'ironia che Giuseppe De Santis avrebbe donato alla sua città.
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